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Testimonianza n°5

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Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada onlus

Testimonianze


Nel terzo anniversario della morte, l’AIFVS ricorda Roberto Casalboni  

L’INGIUSTIZIA NON CONOSCE FRONTIERE

All’innocente ucciso non solo viene tolta la vita ma anche il diritto alla verità.

In Norvegia come in Italia

Testimonianze

Roberto Casalboni, 39 anni, è morto in Norvegia in seguito ad un incidente stradale il 17 agosto 2003. In sella alla sua moto, al crocevia di Kristiansand è stato travolto da B. M. Stavenes, che alla guida di una Toyota non si è fermato allo stop. Le lesioni riportate, compatibili con un impatto a bassa velocità della moto, lo hanno egualmente portato alla morte per l’inadeguatezza dei soccorsi e degli interventi in ospedale.
I killer di Roberto sono stati: 1) la trasgressione delle norme da parte del guidatore della Toyota; 2) la scarsa professionalità dei medici; 3) i deplorevoli comportamenti della giustizia che, barando sulla velocità della moto e non indagando sull’inadeguatezza dei soccorsi, ha giudicato non colpevole il guidatore della Toyota per la “supposta alta velocità della moto”.
Una sentenza ingiusta, finalizzata ad aiutare il proprio connazionale che ha ucciso, a danno della vittima straniera e dei suoi familiari; una sentenza che non dà pace a Stella Ines Casalboni, madre di quell’unico figlio ucciso tanto lontano da casa, e privata anche della possibilità di stargli accanto nei suoi ultimi momenti di vita.

La madre: un dolore coraggioso
Ines, con i suoi 80 anni e con nelle membra la forza del suo dolore, è andata in Norvegia per deporre un fiore in quell’incrocio maledetto, per parlare con il personale dell’ospedale e le forze di polizia, e con un avvocato norvegese.
Assolto con formula piena l’investitore, Ines non ha potuto fare ricorso per il tardivo invio in Italia di tutti gli atti processuali, ma sta continuando a lottare per riaprire il processo, ha scritto alle autorità italiane e norvegesi e sul caso ha chiesto la consulenza di illustri specialisti nel campo della ricostruzione tecnica e medico legale ed anche l’aiuto di un nostro legale.
La madre non si arrende e sente dentro di sé l’urlo di Roberto che non vorrebbe morire e chiede invano un aiuto. Un grido pieno di terrore, orrore, disprezzo rimasto dentro di lui come le parole che egli, fortemente attaccato alla vita, ci  avrebbe voluto comunicare: “Io  ero contento. Avevo visto il sole di mezzanotte a Capo Nord, gli aspri fiordi, le verdi foreste, i freddi laghi, le montagne che piangono e, tranquillo, stavo arrivando a Kristiansand per tornare a casa ricco di quell’esperienza.

Io amo la Norvegia per la sua  natura, il suo silenzio, il suo spazio, la sua pace, il suo popolo. Ma sulla strada principale, mentre guidavo la moto a bassa velocità, un’auto sbucò da una via secondaria senza fermare allo stop. Frenai con tutte le mie forze, gridai con tutta la mia voce. Vidi la morte in faccia. Che orrore! Sono giovane e non voglio morire!…Non potei evitare lo scontro, ebbi un crack interno e sentii un forte dolore. Caddi a terra e svenni. Poi attorno a me sentii voci, rumori, confusione. Non potevo parlare, respirare, muovermi. Perché nessuno mi aiuta? Quanto tempo è passato? Un’eternità!
Ora io non amo più la Norvegia perché mi ha tradito, là ho dovuto morire e là ho dovuto sopportare la tremenda offesa della Giustizia che non ha rispettato la mia Vita e la mia Umanità. Ora per me la Norvegia non è lo Stato evoluto di cui gode fama. Evoluzione significa più Libertà, più Responsabilità, soprattutto più Giustizia e, nel mio caso, la giustizia è stata cieca e perversa: ha permesso che si barasse sulla verità per assolvere il colpevole perché vivo. E il mio diritto di vivere? Può difenderlo solo chi mi ama, chi ha a cuore la mia vita: mia madre! A Lei io chiedo di difendere la mia Verità, affinchè la mia ingiusta morte possa far riflettere e possa salvare la Vita di altre persone”.
Ed Ines dà voce a quel silenzio carico di dolore e di speranza per dire con tutti noi, che sopportiamo l’esperienza della perdita di una vita e la beffa delle istituzioni: “Si può accettare la morte di un figlio, seppure con immenso dolore, ma non si possono accettare la falsità, l’irresponsabilità e l’ingiustizia”.
Noi dell’AIFVS sappiamo che per queste ferite non occorrono bende. Occorre rimettere ordine nella scala dei valori e compiere quelle scelte che fanno dell’individuo un uomo, la cui vita è intessuta di relazioni legate all’etica della responsabilità, dentro cui ha senso la verità, la giustizia, la democrazia, la civiltà.

Ines, come una di noi, impegnata  per contribuire al miglioramento dell’umanità: “Non posso tradire né mio figlio, né me stessa, né i valori umani e civili in cui ho sempre creduto. Con tutto il mio dolore”.
Quello di tutte le madri.

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Data creazione : 14/08/2006 * 12:42
Ultima modifica : 11/03/2007 * 12:38
Categoria :
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